Approvato il piano casa

luglio 2, 2009

Regione Veneto: approvato il piano casa

02 Lug, 2009 -

Il Consiglio Veneto ha approvato oggi la proposta di legge “Intervento regionale a sostegno del settore edilizio e per favorire l’utilizzo dell’edilizia sostenibile e modifiche alla legge regionale 12 luglio 2007, n. 16” che integra, in alcuni punti, l’accordo Stato-Regioni del marzo scorso, prevedendo interventi a favore sia della residenza, sia del produttivo.
Il progetto di legge riguarda, in particolare, gli interventi di rinnovamento del patrimonio edilizio esistente, mediante la demolizione e la ricostruzione, che sono ammessi con aumenti volumetrici fino al 40%, sia per il residenziale che per il produttivo in zona propria, solo se realizzati con le tecniche costruttive di bioedilizia. Il 40% può inoltre essere elevato fino al 50% qualora gli interventi siano oggetto di un piano attuativo; inoltre viene chiarito il concetto di ristrutturazione edilizia che ha creato alcuni problemi applicativi nel territorio regionale ed infine, sempre oggetto di accordo, l’articolo che assegna ai comuni la competenza a decidere sulla applicazione della legge in questione.

In tal senso i comuni avranno fino al 30 ottobre per deliberare se e con quali limiti applicare la normativa. Nell’ipotesi in cui il termine decorra senza un provvedimento comunale espresso, la Giunta regionale, attraverso la nomina di un commissario, potrà far convocare il Consiglio comunale perché prenda le sue decisioni. Nel silenzio del comune, la legge troverà comunque applicazione per tutte le zone del territorio, ma solo per la prima casa e con esclusione dei centri storici, degli edifici vincolati o soggetti a specifiche forme di tutela e per quelli che ricadono in aree di inedificabilità assoluta o in aree ad alta pericolosità idraulica. La legge veneta prevede, inoltre, la possibilità di ampliare del 20%, rispetto all’esistente, gli edifici residenziali e ad uso diverso, consentendo di realizzare tale ampliamento in aderenza oppure utilizzando un corpo edilizio contiguo già esistente. In determinate ipotesi è inoltre ammessa la realizzazione di un corpo edilizio separato, che comunque va considerato accessorio e pertinenziale rispetto al fabbricato principale.

Nel progetto di legge veneto assume particolare rilievo anche l’articolo dedicato ai titoli edilizi: per dare il via ai lavori non servirà più il permesso di costruire ma sarà sufficiente la DIA corredata da una specifica documentazione e per presentare le richieste ci sono 24 mesi di tempo da quando la legge entrerà in vigore.

Da segnalare, infine, che gli interventi potranno essere realizzati anche in deroga ai piani regolatori e nel rispetto delle norme statali in materia di distanze e per quanto riguarda gli oneri i è prevista la riduzione del 60% solo per le prime case. Al termine della votazione l’Assessore all’Urbanistica e Politiche del Territorio, Renzo Marangon, ha espresso grande soddisfazione per l’approvazione della legge, frutto del lavoro di tutta l’aula e voluta con il solo intento di rilanciare molti settori del comparto dell’edilizia, oggi fermi e per dare risposte alle esigenze di molte famiglie venete.

“Ma non solo, – ha precisato – sarà anche una boccata d’ossigeno straordinaria che consentirà di rinnovare un parco edilizio per molti aspetti fatiscente, rendendo nel contempo più belle le periferie delle città, restituendo alle sue tradizioni il nostro paesaggio e preservando maggiormente l’ambiente. Non sarà possibile – ha assicurato Marangon – nessun abuso, né nessuna cementificazione selvaggia, anche perché i Comuni potranno limitare l’applicazione della legge in virtù dei propri Piani regolatori, del proprio territorio e delle proprie dinamiche”.

Colpa delle banche?

luglio 1, 2009

E’ tutta colpa delle banche? L’effetto della crisi finanziaria nel mondo immobiliare


13-05-2009 – di Roberto Benaglia


Rileggendo gli eventi degli ultimi mesi, verrebbe da pensare che se ci troviamo ad attraversare una delle peggiori crisi economiche del dopoguerra, le maggiori responsabilità siano da attribuire alle banche, e più in generale al sistema finanziario.
Difficile sostenere il contrario, ma forse vale la pena soffermarsi un momento a valutare il motivo di certi comportamenti apparsi ai più, irragionevoli o quantomeno azzardati.
Nei primi anni novanta, sospinti dalla caduta di modelli economici opposti, abbiamo assistito alla affermazione del modello capitalistico ed alla sua evoluzione come unico e insostituibile modello economico globale.
In questo clima, lo sviluppo dei consumi e l’aumento di produttività come unico motore della crescita economica e del benessere, ha portato a utilizzare la finanza come un magico moltiplicatore delle possibilità di spesa, e quindi di consumo ed infine di ricchezza.
Il primo ostacolo alla crescita del consumo è ovviamente di tipo finanziario. Società economiche arcaiche tendono a spendere le ricchezze che detengono. La prima sofisticazione non può quindi che essere la spinta a spendere ricchezze che ancora non posseggono, ma che ragionevolmente saranno in grado di detenere nel futuro. Non è un caso se il ricorso all’indebitamento viene ribattezzato in: uso della “leva” finanziaria. Il concetto fisico di leva, meccanismo con cui si possono spostare pesi notevoli con modeste applicazione di forza, ben si presta a descrivere operazioni finanziarie in cui, con modesto impiego di capitale proprio, si possono affrontare acquisizioni di ragguardevole dimensione. Così come nella meccanica razionale l’uso della leva ha consentito progressi tecnologici consistenti, anche nella finanza l’uso dell’indebitamento ha consentito la realizzazione di progetti altrimenti impossibili.
Continuando ad usare questo parallelismo con il mondo della fisica, il limite sta in due punti: la leva necessita evidentemente di un punto di appoggio, di un fulcro solido e capace di sopportare le forze che vi si scaricano e richiede inoltre di un adeguato braccio di leva; allo stesso modo la leva finanziaria necessita di un punto di appoggio solido, in questo caso l’entità del capitale proprio impiegato, e di un adeguato braccio, normalmente costituito dalla capacità, attraverso il successo del progetto di generare reddito sufficiente a ripagare e premiare le fonti finanziarie del progetto medesimo.
Il meccanismo di utilizzare l’indebitamento per amplificare il volume delle operazioni e conseguentemente migliorare il ritorno sul capitale impiegato, di per sé virtuoso, ha tuttavia mostrato i suoi limiti nel momento in cui si è eccessivamente allungato il braccio della leva, ci si è cioè troppo fidati dei sempre più sofisticati modelli di previsione dei possibili scenari futuri.
L’ottimismo, che certamente deve sostenere l’imprenditore nell’affrontare i suoi progetti, deve però necessariamente trovare il suo naturale contraltare nel giusto pragmatismo di chi deve valutare e assecondare i conti economici del progetto.
Questo compito, tipico delle banche e in generale delle istituzioni finanziarie, è venuto meno, nel tempo, messo sotto pressione dalla necessità commerciale delle istituzioni finanziarie stesse, sempre più motivate da necessità di riportare risultati economici immediati piuttosto che ritorni di lungo periodo. Storicamente, fare banca significava impiegare capitali in forma di debiti, lucrando su un margine di interesse. Il violento crescere dei volumi di affari e delle necessità finanziarie di progetti sempre più grandi, accompagnato da una crescita dei valori non sempre ragionevole, ha ben presto fatto raggiungere il limite di tale modello economico.
Raggiunto il limite delle loro disponibilità di capitali da impiegare in operazioni di prestito, le istituzioni finanziarie si sono ben presto trovate di fronte al dilemma tra limitare la crescita dei loro ricavi o trovare una strada per continuare a far crescere gli impieghi utilizzando capitali di terzi.
E’ evidente che si sono ben presto create due opposte scuole di pensiero: da una parte le banche che hanno sviluppato una cultura di strumenti sempre più sofisticati che consentisse loro di lucrare sui margini di intermediazione di capitali di terzi, per le quali risultava premiante ingigantire i volumi di affari accontentandosi di piccoli differenziali tra il costo della loro provvista e quelli degli impieghi, e dall’altra le banche che hanno continuato a prestare i propri capitali, provenienti dalle loro storiche fonti di approvvigionamento, tipicamente la raccolta.
Da qui la nascita di banche, cosiddette globali, in grado di mettere in campo strumenti di approvvigionamento slegati dal campo di utilizzo. La globalità ha permesso di recidere il cordone ombelicale fra le fonti e gli impieghi, rendendole dipendenti da soli fattori di geografia economica. Si raccoglie dove costa meno e si impiega dove rende di più. Facile dire che le grandi banche con matrice geografica internazionale si siano subito orientate in questa direzione.
Sulla spinta di questo nuovo modo di fare banca, nascono così le cartolarizzazioni, e tutti quegli strumenti che consentano di emettere strumenti di raccolta sempre meno legati ai progetti in cui si impiegano i capitali raccolti. Purtroppo, la sempre maggiore distanza tra raccolta e impiego ha prodotto un progressivo impoverimento del concetto di rischio.
Le banche, che non si trovavano più a impiegare capitale proprio, hanno abbassato la guardia rispetto alla valutazione del rischio di credito, importante era aumentare i volumi intermediati, trovando investitori sempre più inconsapevoli rispetto a dove venivano impiegati i loro denari.
Per rassicurare tali investitori si sono inventati strumenti di ricopertura di alcuni rischi, tipicamente quelli di cambio o di fluttuazione del tasso di interesse, attraverso operazioni di derivati, e per rendere assolutamente remoto ogni legame con l’investimento reale, si è ricorso al rating delle emissioni, una sorta di voto di merito della obbligazione stessa, basata su parametri più legati all’emittente che all’impiego della raccolta.
In questo panorama, le banche, sempre meno preoccupate della qualità del credito concesso, ma viceversa attratte dai facili guadagni derivanti dai sempre maggiori volumi, complice anche un sistema di remunerazione dei banchieri proporzionale alla quantità e non alla qualità, hanno progressivamente incrementato il livello del debito rispetto al capitale proprio dell’imprenditore, arrivando in alcuni casi clamorosi in cui l’LTV (rapporto tra debito e valore) è ben oltre il 100%.
Non occorre spiegare perché questa situazione andasse più che bene ai clienti che si sono trovati spesso a fare operazioni senza impiego di capitale proprio, moltiplicando i loro guadagni e i loro volumi d’affari. Ma è altrettanto facile comprendere come anche dalla parte dell’imprenditore, la percezione del rischio sia fortemente ridotta quando non si rischia denaro proprio.
Questo sistema, che oggi ha evidenziato tutti i suoi limiti, è tuttavia risultato un modello vincente per tutte le parti coinvolte per un lungo periodo: l’imprenditore si trovava a poter fare operazioni sempre più grandi e redditizie senza rischiare grandi capitali, per sostenere questo consentiva alle banche commissioni e margini sempre più importanti, che erano a loro volta ben contente di vedere lievitare i loro conti economici, e di rendere a oro volta felici i loro banchieri con stipendi principeschi. Da ultimo, gli investitori finali, in periodi di prosperità e di buona liquidità, erano ben contenti di poter impiegare i loro capitali a buone remunerazioni, senza troppo preoccuparsi di dove finivano i loro soldi, affidandosi al buon nome delle istituzioni finanziarie a cui li affidavano e delle società che ne certificavano la qualità.
Non si sono fatti bene i conti con l’involuzione dell’economia e con i limiti psicologici di un sistema basato solo sulla fiducia e non anche sui fondamentali industriali. Venuta meno la fiducia, il sistema è crollato come un castello di sabbia all’arrivo delle prime onde.
Questa analisi, magari un po’ banale, non tiene conto, volutamente, di tutti gli altri fattori legati a comportamenti etici e professionali che, benché a volte rilevanti, appartengono alla patologia e come tali da affrontare in altre sedi.
E adesso cosa fare? La domanda è quantomeno ambiziosa, e credo non esista una formula magica per uscire in una notte da questa situazione. Certamente non possiamo perdere l’occasione per trarre utili insegnamenti da quanto è successo, partendo da un ritorno ai fondamentali di una professione, quella del banchiere, che oltre che un innegabile fascino ha anche un importante funzione sociale. Torniamo a parlare con i nostri clienti imprenditori, studiamo assieme i loro progetti, riprendiamoci un po’ il ruolo di censore e consigliere, ma soprattutto torniamo a erogare credito ai progetti che lo meritano, attribuendo il giusto merito alle qualità, storia ed esperienza dell’imprenditore.
Facciamo cioè tornare sul tavolo del rischio d’impresa non solo i capitali, ma anche altri valori che per un certo tipo di imprenditore valgono ancora più del denaro.

tratto da: www.italiarealestate.it

Social Housing

luglio 1, 2009

SOCIAL HOUSING: COME CONCORRERE AL BENE COMUNE


11-06-2009 – di Antonio Intiglietta, Presidente Ge.Fi.


Questi giorni si è discusso nuovamente sul tema del social housing e sono emerse nell’ambito di EIRE diverse posizioni e contributi da parte delle istituzioni pubbliche, come l’ALER di Milano, che per sua natura opera in questo settore, ma anche dal mondo economico, come per esempio dall’ANCE, che ha espresso le sue valutazioni anche in merito alla legge lombarda in corso di approvazione sul piano casa.
Osservando la realtà ritengo utile riaffermare con forza come il bisogno di abitare sia un bisogno primario che emerge in tutte le città italiane e non solo, in Europa occidentale ma anche nei paesi in via di sviluppo come Cina e India o in paesi emergenti dell’Europa centro orientale. Il tema è prioritario per tutti, lo dimostrano le politiche che la Spagna sta mettendo in atto per l’emergenza abitativa e di come questo sia un bisogno di riqualificazione anche sociale e culturale, come succede in Brasile e negli altri paesi dell’America Latina.
I commenti emersi in questi giorni hanno reso evidente come gli operatori e i politici partono troppo semplicisticamente dal proprio punto di vista, dalle proprie capacità o dalle proprie pur legittime convenienze, rischiando così di ridurre la risposta a questo bisogno alle proprie specifiche professionalità o interessi. Si rischia cioè di non osservare il bisogno per quello che realmente è: avere un’abitazione e la possibilità di costruire una vita dignitosa, individuale o familiare, è una necessità la cui soluzioni ha diverse sfumature: si può decidere di realizzare abitazioni da dare in affitto calmierato in un contesto urbano e sociale che faciliti l’integrazione, oppure mettere in vendita abitazioni a prezzi convenzionati, o tramite le cooperative. Insomma, ci sono più strade proposte, ma è necessario saper guardare il problema in tutti i suoi aspetti per non risultare parziali nella risposta.
Chiarita questa premessa, è necessario capire chi è il soggetto che è in grado di attuare questi tentativi di risposta. Credo che la politica e le istituzioni non possano farlo da sole, così come neanche il settore privato o il solo movimento cooperativo.
In realtà tutti hanno un ruolo e la responsabilità di dare un contributo. Ma come ci ha insegnato l’esperienza di social housing a Salvador di Bahia in Brasile presentata durante EIRE da AVSI (operazione riconosciuta a livello internazionale come emblematico esempio di riqualificazione urbanistica e sociale allo stesso tempo), il primo compito delle istituzioni è quello di agevolare una risposta al bisogno abitativo che viene dal basso. Queste iniziative, in qualsiasi modo e da qualsiasi esperienza sorgano e si sviluppino, devono poter esprimersi trovando le condizioni adatte per farlo, per esempio ottenendo le aree a costi vantaggiosi, se non nulli, e avendo strumenti finanziari agevolati per la costruzione e la realizzazione del progetto.
In questi giorni si ha invece la sensazione che i contributi dati siano ognuno riguardanti il punto di vista di chi li esprime e che scartino a priori la possibilità che possano nascere questo tipo di iniziative dal basso, creando così un clima di soffocamento per quei soggetti sociali in grado di intervenire con i giusti aiuti. Manca in sostanza una posizione sussidiaria, che possa tener conto di tutto, anche per esempio dell’opportunità delle ALER di diventare delle public company, coinvolgendo gli operatori privati attivi sul territorio e valorizzando il proprio patrimonio che necessita una riqualificazione. Così come si possono rivedere le dinamiche di intervento della Cassa Depositi e Presiti e come le istituzioni regionali possano attuare nuove politiche di supporto finanziario. Per esempio ci auguriamo che i nuovi fondi regionali in via di definizione in Lombardia non si trasformino in un imbuto a vantaggio di pochi, ma che sappiano sostenere qualsiasi iniziativa che nasce dal basso.
La politica e le istituzioni devono essere disposte a mettere a disposizioni le aree senza vincoli e condizioni a coloro che hanno proposte concrete e progetti sostenibili di housing sociale. La finanza deve cominciare davvero a dialogare con chi propone questi progetti, valutarne al realizzabilità e sostenerli in modo specifico. Anche il mondo imprenditoriale privato deve invece imparare a mettere a disposizione di questi soggetti sociali know-how, esperienza e tecnologie per ridurre i costi e per raggiungere risultati efficaci.
Non servono più risposte formali, ma fatti concreti così che chiunque abbia la possibilità di operare in questa direzione lo possa fare. Quindi bisogna abbandonare la logica della contrapposizione tra ruoli e responsabilità e iniziare a concorrere per l’obiettivo, avendo coscienza di quali sono le proprie specificità e quali le proprie parzialità. Un atteggiamento che è l’unica via per realizzare davvero il bene comune.

tratto da: www.italiarealestate.it

Gli operatori e la ripresa

luglio 1, 2009

TERMINATA LA 5° EDIZIONE DI EIRE: GLI OPERATORI VOGLIONO LA RIPRESA


15-06-2009 – di Redazione/EIRE Staff


I DATI
Un’edizione che ha visto confermati i dati dello scorso anno, un risultato ritenuto eccellente dagli organizzatori visto il momento difficile per questo settore a livello internazionale e globale: 350 espositori su una superficie di 36.000 mq, con la partecipazione di operatori italiani ed esteri, avvicinandosi al dato dello scorso anno di 20.000 visitatori.
In quasi 100 tra convegni istituzionali, seminari, conferenze stampa ed eventi negli stand, sono stati affrontati i temi di maggiore attualità del settore, tracciando le linee guida per il futuro dell’industria immobiliare e individuando i comparti dove il recovery potrebbe essere maggiormente possibile: retail real estate e soprattutto il turismo. Sono stati presentati anche alcuni studi di mercato, in particolare nel settore turistico da parte di Progetto Turismo e Mercury, sulla logistica da World Capital e sull’andamento del mercato immobiliare lombardo da Assiimpredil ANCE.

LE PRESENZE INTERNAZIONALI
Significative le presenze espositrici estere, in particolare la Turchia, la Grecia, il Montenegro, il Brasile, Panama, Romania, Ungheria e Slovenia.. Alta presenza anche di stampa estera e sono intervenuti durante la fiera importanti autorità e operatori internazionali tra cui Philip W. Charls, CEO di EPRA, Ikvai Szabó, Vice-sindaco di Budapest, Erdogan Bayraktar Presidente del gruppo turco TOKI e Haluk Sur Presidente di ULI Turchia, Branimir Gvozdenovic, Ministro per lo Sviluppo Economico del Governo del Montenegro, il Ministro dell’economia romeno Adriean Videanu, Kostas Fotoeoulos, Presidente della KED (Agenzia del Demanio greca) e Guilherme F. Mattar, Capo di Gabinetto della Città di San Paolo.

GLI OPERATORI
Hanno partecipato, sottolineando la positività dell’evento e la sua importanza per il mercato tutti i top player del settore e con loro tutte le medie e piccole realtà che operano nel marcato con tenacia e desiderio di crescita positiva, dando il proprio contributo per la ripartenza del settore.

LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
Oltre ai sistemi pubblici presenti come espositori, hanno visitato la fiera numerosi Sindaci e Assessori di competenza (Regioni, Province e Comuni). Oltre al Governatore della Lombardia Roberto Formigoni che ha aperto i lavori di EIRE, son intervenuti durante il Salone tra gli altri Davide Boni, Assessore al territorio e Urbanistica di Regione Lombardia, Michele Cimino, Assessore al bilancio e Finanze della Regione Sicilia, Carlo Masseroli e Gianni Verga del Comune di Milano e Marco Corsini, assessore del Comune di Roma.

Si è chiusa la rassegna con il convegno sul Social Housing che ha visto un confronto tra esperienze internazionali. Per l’Italia sono intervenuti tra gli altri Mario Mantovani, Sottosegretario di Stato alle Infrastrutture e Giuseppe Guzzetti, Presidente Associazione Fondazioni e Casse di Risparmio. Ha concluso Antonio Intiglietta, Presidente di Ge.Fi. e organizzatore di EIRE.
***
In chiusura di manifestazione lo stesso Intiglietta ha dichiarato: “Questa edizione ha dimostrato come ci sono professionalità, imprenditori, istituzioni e importanti gruppi pronti a diventare protagonisti delle prossima fase del mercato del real estate, in Italia e non solo. In attesa di una ripresa degli investimenti, possiamo dire che EIRE si conferma punto di riferimento fondamentale per tutta la filiera.”

L’appuntamento per la 6° edizione di EIRE – Expo Italia Real Estate è dal 8 al 11 giugno 2010 sempre in Fieramilano. Tutte le informazioni sull’andamento di EIRE sono disponibili sul sito web www.italiarealestate.it

tratto da: www.italiarealestate.it

Benvenuti in REEST real estate time

ottobre 27, 2008

E’ con profondo orgoglio che annunciamo la nascita di REEST Real Estate Time, il primo brand che rivoluziona il punto di intermediazione immobiliare

Il mercato richiede oggi forza, rinnovamento e la ripresa di valori umani che riportino la sinergia tra operatori di settore e clienti verso una ritrovata fiducia e rispetto reciproco.

La nostra mission aziendale si fonda su solidi principi di trasparenza e orientamento alle esigenze di chi deciderà liberamente di scegliere la nostra rete per realizzare il sogno di una nuova casa.

Vogliamo che ogni cliente riesca a sentirsi una “celebrità”, nei punti REEST troverà professionalità, entusiasmo e cortesia ma anche impegno e competenza per tutte le attività inerenti la consulenza immobiliare con assistenza a 360 gradi mediante particolari pacchetti servizio “all inclusive” in grado di offrire all’interno di un’unica spesa il totale espletamento delle prassi di gestione della compravendita :

- intermediazione

- onorario notarile

-trasloco.

Le nuove idee sulle metodologie operative collocano REEST alla guida di importanti sfide nel mercato immobiliare nazionale, distaccandosi dalle vecchie radici di settore, statiche e spesso incoerenti con le aspettative dei propri clienti.

Ci proponiamo con grande determinazione come capostipiti di una nuova cultura, quella della non invadenza e del rispetto delle esigenze, partendo dal presupposto che ogni acquirente o venditore è unico e come tale necessita di un servizio personalizzato e costruito insieme al suo consulente di fiducia.

Il professionista REEST abbandona la classica figura di agente immobiliare per diventare un vero e proprio family advisor, una presenza stabile e di riferimento per le famiglie con cui costruire rapporti solidi capaci di durare nel tempo.

REEST cambia anche la prospettiva dei punti di intermediazione e consulenza immobiliare, con linee d’arredo moderne e luminose scegliendo geometrie circolari dove il cliente e il consulente gravitano sullo stesso piano. Ogni punto vendita è caratterizzato da un’area accoglienza, un piccolo “salotto” operativo dove discutere comodamente seduti ad un tavolo rotondo sorseggiando un caffè o un aperitivo, mentre sullo schermo scorrono le immagini delle diverse proposte immobiliari illustrate e descritte con minuziosa attenzione dai nostri incaricati.

Vogliamo mettere le persone a proprio agio e rendere quanto mai piacevole il percorso che porta al cambio casa come un vero e proprio viaggio la cui meta è la realizzazione di un sogno quanto mai importante e a volte unico nella vita.

Davanti alle vetrine il potenziale acquirente respira già un’aria diversa , davanti ai suoi occhi , eleganti monitor futuristici proiettano continuamente le diverse soluzioni immobiliari complete di fotografie digitali, video riprese degli interni, reendering e descrizioni dettagliate.

Per chi deve vendere, comprare o condurre entrambe le operazioni, REEST ha studiato con uno staff di legali esperti nelle dinamiche contrattuali, formule snelle e prive di qualsiasi contenuto atto a forzare una scelta che deve essere al contrario spontanea e serena; ecco perché il cliente che si appoggia a REEST lo fa in assoluta libertà sapendo di poter contare su professionisti disponibili ma discreti senza il minimo interesse ad esercitare fastidiose pressioni.

REEST offre assistenza finanziaria/assicurativa, attraverso importanti partnerships istituti di credito e compagnie competitive che rendono possibile il reperimento delle soluzioni di mutui, prestiti, finanziamenti e polizze idonee alle più svariate esigenze senza dover pagare alcuna provvigione.

Il servizio di aggiornamento mailing personalizzato, il sito internet con la consultazione on line della nuova rivista periodica bimestrale e le informazioni sull’andamento del mercato con le rubriche degli esperti in materia, forniscono a chiunque lo desideri, le risposte ad ogni curiosità comodamente a casa propria.

REEST nasce a Padova e si proietta nel mercato immobiliare nazionale come brand rivoluzionario con l’importante obiettivo di ristabilire entusiasmo e serenità ai suoi clienti

Per sapere qual è il Punto REEST più vicino a casa tua e ricevere la visita informativa di un consulente REEST telefona allo 049/725345.

TEMPO DI CAMBIAMENTI …… TEMPO DI REEST

Reest Real Estate Time è un brand

Del Gruppo Reali holding s.r.l.

sede nazionale: Via Nona Strada 23Q Padova

Tel 049/725345


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